Saggio del Prof. Augusto Peppino Leone
1. Introduzione:
Nella poesia di Franco Costabile la nostalgia non è il rifiuto della modernità, ma il tentativo di salvarne il volto umano. La memoria della Calabria diventa così strumento critico per giudicare un progresso che, se privo di solidarietà e giustizia, rischia di trasformarsi in nuova emarginazione.
Egli non fu pertanto solo il poeta degli umili e dell’ infinita bellezza dei paesaggi, delle vie e delle piazze in cui si muoveva un’ umanità brulicante di vita.
Immagini esatte dei giorni della sua fanciullezza e della prima giovinezza, che poi trasformò in canto nella sua prima raccolta poetica “Via degli Ulivi” (1950).


Fu sua anche la voce che si elevò, nel breve percorso della sua vita, ad esprimere il dolore per le sofferenze a cui veniva sottoposta la Calabria durante l’esodo migratorio degli anni ’50 e ’60 del novecento.


Ma anche chi rimaneva vedeva la propria vita sconvolta, le campagne abbandonate, le ombre di chi era lontano proiettate lungo i muri delle case ormai in parte deserte.
La Calabria diventa, pertanto, nella raccolta poetica “La rosa nel bicchiere e altre poesie “(1961) non solo un luogo geografico ma metafora più generale della condizione umana, percorsa da una modernità orientata solo al profitto e al consumismo e che non si da pena di chi resta ai margini.
In questo senso Franco Costabile non risulta solo il poeta della Calabria e delle sue problematiche, ma esprime una presa di coscienza universale sulle spietate leggi economiche che governano la società, indifferenti alla disintegrazione di civiltà costruite in secoli di storia.
2. Le radici biografiche di una poetica
Franco Costabile nasce a Sambiase il 27 agosto 1924 da Michelangelo Francesco Pietro Costabile e da Concetta Immacolata Gambardella, una brava casalinga appartenente ad una facoltosa famiglia di commercianti di origine da Amalfi. L’abitazione è posta lungo Via Domenico Porchio, che si trova a poche centinaia di metri dalla Chiesa Matrice.



Resterà impresso nella sua memoria il calore umano di quei luoghi e di quelle persone che lo circondavano durante l’infanzia, la vita che palpitava fra i vicoli con bambini che si rincorrevano, artigiani e bottegai con l’arrivo a volte dei venditori ambulanti e degli arrotini. S
C’erano in quei luoghi:
” la piana celeste degli ulivi”,“L’infanzia dei profumi”,“il gioco a mosca ceca/delle lucciole”,
“il frusciar di colombe”,“il fischio del trenino”,“l’incanto di una Betelemme”,
“i colpi di fucile nella valle”,“la rondine che ha voglia di balconi”,“il fumo dei comignoli”.
La sua formazione avvenne in questo ambiente. I familiari, la madre, la zia , la nonna, non fecero mancare nulla per alleviare la tristezza del bambino, che pensava continuamente al padre lontano, in Tunisia, il quale aveva abbandonato la moglie ed il figlio che stava per nascere.Proprio in Tunisia nel 1933, si recò la madre Concetta col piccolo Franco, per tentare col marito una riconciliazione che risultò vana.Infatti , una volta giunti a Sfax dopo un lungo viaggio per terra e per mare, il padre si limitò all’acquisto di un paio di scarpe nuove e di un vestito per il figlio, rifiutando di tornare in famiglia.
L’ambiente ristretto del proprio paese, in cui i valori più condivisi erano quelli della famiglia patriarcale e della proprietà, caratterizzò la sua formazione giovanile e certamente contribuì ad enfatizzare la sua condizione di senza padre.
3. Il trasferimento a Roma e la Calabria della memoria
Il suo distacco dall’ambiente familiare di Sambiase fu progressivo: iscrittosi all’Università “La Sapienza” di Roma nella facoltà di lettere, andò a studiare per qualche tempo all’Università agli Studi di Messina, subito dopo ritornò all’Università La Sapienza di Roma per completare gli studi.
Si laureò con una tesi in paleontologia. l’amore per la letteratura, il carattere riflessivo, il sentimento di solidarietà che gli derivava dal cattolicesimo, la tragica situzione derivante dalla II guerra mondiale portata avanti dal fascismo lo spinsero ad aderire al Partito d’Azione.Questo avvenne anche per l’incitamento suo amato maestro di scuola elementare Oreste Borrello, divenuto poi professore di filosofia e autore di libri fondamentali sull’esitenzialismo e su Giacomo Leopardi.
L’ impegno letterario e sociale continuò successivamente nella Roma affannata e incerta, ma ricchissima di fermenti culturali del secondo dopoguerra, dove arrivò in una domenica d’estate.
Ne sperimentò anche la solitudine dei marciapiedi e il sentimento di soldato sconfitto.
Ma non amò affatto la chiusura in sé stesso, anzi al contrario cercò di collegarsi ai movimenti e al fervore culturale dei circoli letterari e delle riviste fra cui La Fiera Letteraria, Europa Letteraria, Cronache Meridionali, Il Ponte.
A Taranto pubblicò, su “La Voce del Popolo”, numerosi articoli di carattere letterario e giornalistico sociologico per come ha scoperto recentemente il critico prof. Pasqualino Bongiovanni.
Antonio Iacopetta nel suo saggio introduttivo all’edizione del maggio del 2004 de “La Via degli Ulivi”, pubblicata da Costabile a Siena nel 1950, sostiene giustamente che quei primi testi poetici appartengono senz’altro allo spirito del tempo, pervaso da afflato sociale e dal bisogno di rinnovamento propri della ventata neorealistica.
Questo movimento culturale realizzava una continua contaminazione fra le arti espressive e si manifestò in quasi tutto il Paese : riguardava il Nord Italia che la Resistenza aveva liberato dal nazifascismo, il Sud Italia con una ripresa della Questione Meridionale arricchita dall’analisi svolta da Antonio Gramsci sui Quaderni dal carcere e dall’opera di Guido Dorso.
Si sviluppò anche nelle grandi città fra cui Roma, dove erano ancore presenti i segni incancellabili dell’occupazione tedesca e le condizioni di miseria e sovraffolamento abitativo delle borgate.
Ma qui , nella città di Roma, la fine della guerra aveva anche aperto una stagione di ricostruzione materiale, morale e soprattutto culturale : cinema, editoria, giornalismo, poesia e narrativa si intrecciavano.
Artisti e letterati vivono questo periodo con strenua volontà di dare un proprio contributo alla cultura e alla società.
Il neorealismo
IL cinema di Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Giuseppe De Sanctis trasformò la macchina da presa in uno spcchio el Paese segnato dal dolore, ma vivo, vibrante nel suo desiderio di riscatto.
Pier Paolo Pasolini- arrivato a Roma nel 1950, raccontò il sottoproletariato delle borgate ( Ragazzi di vita, 1955). Elsa Morante portò avanti una ricerca narrativa sulle vittime della crudele realtà storica, che nasce proprio in quegli anni romani e approderà poi ne La Storia pubblicata molto dopo ( 1974). Alberto Moravia continuava a essere una voce centrale con romanzi che indagano alienazione e vuoto morale della borghesia. Vitaliano Brancati, Ennio Fraiano, Giovanni Arpino, diversi per stile, sono tutti attenti alla metamorfosi sociale e morale del Paese.
Roma in quegli anni è anche la città dei pittori impegnati di via Margutta che si muovevano intorno a Renato Guttuso. A Roma svolse la sua attività di artista Alberto Burri, che introduce l’informale e l’arte povera.
Circolo letterario di Ungaretti : classicismo ed ermetismo
Nascono anche molti circoli letterari, come quello sorto spontaneamente intorno alla figura del Sommo Giuseppe Ungaretti.
Ma la sua formazione era pur sempre caratterizzata dalla tradizione classica italiana (Francesco Petrarca, Torquato Tasso, Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli, Giosuè Carducci, UmbertoSaba…).
Si appassionò ancheal linguaggio essenziale, ricco di ardite metafore, propri della poesia ermetica che si affermò nel periodo fra le due guerre con le opere di Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo.
Lesse e frequentò poeti come Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Alfonso Gatto, lo stesso Salvatore Quasimodo che continuavano, in forme diverse la tradizione di una poesia simbolista ed ermetica.
Nello stesso tempo nella sua prima opera poetica possiamo trovare, in alcuni componimenti quali Cercherai le montagne, accostamenti alla poesia-racconto di Lavorare Stanca e negli scritti ritrovati nelle riviste del tempo una certa consonanza con la crisi esistenziale e il male di vivere di Cesare Pavese.
Da questo insieme di tensioni culturali e dalla volontà di dare espressione alla nostalgia dei luoghi e dell’ambiente della sua infanzia e giovinezza, a cui riandava sempre con la memoria, possiamo individuare e analizza il primo nucleo tematico della sua poetica che troverà espressione nella raccolta Poetica “Via degli Ulivi” edita a Siena nel 1950.
Nostalgia di paesaggi, vie, piazze passi poetici tratti da “Via degli Ulivi”
Per altri sentieri// torneremo alla piana// celeste di ulivi. // Saremo// dove si leva//l’infanzia dei profumi;// dove l’acqua // non si fa nera//ma vacilla di luna;// dove i passi// avranno memorie di solchi// e le dita di melograni;// dove ti piace dormire// e ti piace amare. // Sono questi gli orti, //i confini per ricordarci.
E dov’ erano solo fili d’erba// un poco innamorata e un poco stanca// ti piaceva guardare il mio paese// bianco nel sole in cima alla collina// come l’incanto d’una Betelemme. //Ed i silenzi immobili nel bosco//leggevano le favole più antiche. // Ma non udremo più nell’alba chiara// I colpi di fucile nella valle, // né passare nel cielo rivedremo// La rondine che ha voglia di balcone. //
Inostri giorni saranno fulminati.
Dai campanili// dipinti di silenzi casalinghi//voce di paese non discende ormai. //Rimane nel cielo di lilla// che si vuota di rondini ogni sera. //Ma basta al cuore//il fumo dei comignoli. //Il passo di chi torna// dalla via degli ulivi.
Questo suo sguardo al mondo aurorale della sua infanzia e prima giovinezza è anche un modo per ricercare un aggancio interiore con quella Calabria, che aveva lasciato affrontano la solitudine e il senso di sradicamento proprio della grande città.
E la città. La grande città. //Vi arrivai una domenica d’estate. //E da allora, anche oggi, // umiliato rasento le vetrine, // l’aria calda e dolorosa dei forni;//fra le cicche e gli sputi// raccolgo la pietà del marciapiede.
Incontro con la modertità: la Roma degli anni sessanta e la pubblicazione de “La rosa nel bicchiere e altre poesie”
A cominciare dalla seconda metà degli anni ’50 e nei primi anni ’60, come testimoniano tutti coloro che abbiano avuto la possibilità di vivere il passaggio epocale di quegli anni, l’economia e la società dell’Italia cambiano volto. Sono gli anni del cosiddetto boom economico . L’Italia, infatti, in quel preciso momento storico, si stava riprendendo dalla crisi del dopoguerra e trasformando da società prevalentemente agricola in una vera e propria potenza industriale.
Anche nella Roma di quegli anni, nonostante il boom economico venisse vissuto di riflesso, si respirava una vitalità finora sconosciuta nel campo culturale, ci si sentiva come protagonisti di un qualche cosa che di lì a poco sarebbe accaduto e a cui nessuno poteva rinunciare.
Continuava l’attività delle riviste letterarie che suscitavano dibattito su molti argomenti. Intanto si verificava il formarsi di gruppi spontanei di artisti, poeti, cineasti che frequentavano il caffè Rosati di Piazza del Popolo e altri luoghi di intrattenimento. In quel luogo, negli anni ’60 si poteva incontrare tutta una folla di personaggi: Tano Festa, Francesco Lo Savio, Marco Schifano, Franco Angeli, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso, Ennio Flaiano.



In questa cerchia, così come in altre forme di incontro, si respirava un’atmosfera diversa, si volevano rinnovare i modi di dire e di fare, i sogni e i desideri. L’arte prima più legata alle correnti del futurismo, dell’ astrattismo e del neorealismo si orientava decisamente verso la pop – art per l’influenza dei grandi autori americani. Nel campo più propriamente letterario si affermava in quegli anni la corrente di avanguardia del Gruppo ’63.
Essa aveva preso l’avvio dall’Antologia dei Novissimi, e tendeva a forme innovative di linguaggio poetico–letterario, che dessero spazio soprattutto alla strutturazione di schemi fono-sintattici sperimentali. Nel cinema Fellini, Michelangelo Antonioni creavano forme espressive nuove, mettendo al centro tematiche come il senso di alienazione e dell’incomunicabilità.
In quel periodo Franco Costabile, pur attento alle novità culturali e desideroso di parteciparvi, viveva nelle difficoltà che gli derivavano dalla vita quotidiana (allontanarsi della moglie a Milano insieme alle due figlie, impegni scolastici e lezioni private stancanti).
Trovò particolare amicizia e conforto nel pittore argentino di origini calabresi Enotrio Pugliese, a cui lo legavano anche comuni visioni sulla realtà della Calabria e del Sud d’Italia, che restavano fermi nella loro arretratezza e trovavano nell’emigrazione il principale collegamento con il mondo di allora. Partecipava anche ai premi letterari senza il successo che si attendeva e avrebbe meritato.
Nel 1961 dava alle stampe la sua seconda opera di poesia “La rosa nel bicchiere”, Editore Canesi di Roma, nella collana diretta da Giuseppe Ravegnani, “L’arciere”. Paesi e persone dimenticate sono i protagonisti di questa nuova raccolta poetica. Costabile approfondisce la visione pessimistica della vita, è consapevole dell’impossibilità di una ricomposizione con il mondo della sua infanzia e prima giovinezza. Alla fine Costabile approdò alla scoperta della Terra reale, quella della sodella sofferenza di chi parte e di chi resta, mentre l’antica vita comunitaria propria della società contadina veniva sommersa e aveva difficoltà a mantenere le sue caratteristiche e i suoi valori.
Emigrazione, partenza e restanza. Come apparivano a Franco Costabile i luoghi della sua infanzia nel momento dell’esodo migratorio. Quali erano i sentimenti di chi era andato via e di chi restava?
Di pelle scura non crescerà tuo figlio:// giocherà forse a baseball, // sarà padrone di una drogheria. // E tu vecchio, // l’orologio d’oro, // scorderai questi vicoli// bevendo birra a Daisy Street.
Splende// la piazza// già tranquilla// di cielo// e di botteghe;// e di botteghe;//ma quei ragazzi// andati al Venezuela// hanno scritto la loro ombra// lungo i muri
L’integrazione del Paese nel MEC (Mercato Comune Europeo), il diffondersi dei beni durevoli di massa (frigoriferi, televisioni, automobili…), la competitività raggiunta dal nostro sistema economico, furono questi i fattori fondamentali che determinarono un rapido sviluppo simile in qualche modo a quello conseguito dalla Cina e di altri paesi del Sud-Est asiatico all’inizio degli anni 2000.
Ma contemporaneamente si verificava un vero e proprio esodo che riguardò milioni di meridionali, che fuggirono dalle condizioni di arretratezza per cercare lavoro nel centro Europa e nel triangolo industriale del Nord Italia. Ma contemporaneamente le nostre città del Sud Italia ed i nostri comuni si spopolavano delle persone più giovani, l’agricoltura era in situazione di arretratezza e molte piccole attività economiche incontravano sempre maggiori difficoltà.
Il venire meno delle possibilità di qualsiasi riscatto per il sud, anche in un momento in cui altre parti dell’Italia e dell’Europa si sviluppavano in modo rapido, determinò, certamente, nell’animo di Costabile un’accentuazione di quel sentimento che le strutture sociali e culturali rimanessero immodificabili.
Prima questa coscienza della condizione dolorosa della propria terra era in qualche misura compensata dalla nostalgia e dall’effusione del canto di personaggi, donne, paesaggi, riamasti impressi nella sua memoria.
Questa presa di coscienza disperata
Il poeta, rendendosi conto della situaazionwe disgregata del Sud, vorrebbe intessere un ragionato dialogo con la propria terra al fine di togliere ogni illusione ed ogni consolazione, attenendosi soltanto ai dati della realtà che sono conseguenza di un destino storico ineluttabile.
Arrivato a questa forma di disincanto e di disperata consapevolezza, le poesie di Franco Costabile comprese nella raccolta “La rosa nel bicchiere” e riportate nella sezione “ Noi dobbiamo deciderci ” sono , insieme al famoso“ Canto dei nuovi emigranti” compreso in Sette Piaghe d’Italia, le più emblematiche del modo come il poeta percepiva la condizione del Sud d’Italia nei primi anni ’60 del secolo scorso e di quanto egli partecipasse con tutto il suo animo al destino delle popolazioni meridionali.
Il poeta sente pertanto il bisogno di un colloquio intimo e di un ragionamento calmo con il Meridione per prendere consapevolezza della realtà senza la consolazione delle fantasia. Subito dopo, quasi a frenare il moto dell’animo che vorrebbe riportare il poeta alla consolazione del canto, egli aggiunge:
E giorno fu
Ecco,// io e te, Meridione, // dobbiamo parlarci una volta, // ragionate davvero con calma,// da soli, // senza raccontarci fantasie // sulle nostre contrade. //Noi dobbiamo deciderci// con questo cuore troppo cantastorie.
Questa poesia, che dà il titolo alla Sezione “Noi dobbiamo deciderci”, riprende il tema della condizione etnico- antropologica del sud d’Italia, mosso sempre dalla rassegnazione e dal bisogno di fantasie illusorie.
Similmente nell’altra poesia della stesa raccolta “Ultima uva” l’invocazione a “lasciar in pace questa terra…, così stanca/ di sentirsi ripetere / il pane d’albero/ il barile dell’abbondanza, /e di aspettare, /aspettare, aspettare…” è rivelatrice del pessimismo profondo e rancoroso del poeta opposto a chi ancora cerca di ingannare la propria terra col patto degli acquedotti, con le nostalgie, con quel dollaro spaccone in una busta, che i nostri emigranti a volte inviavano da paesi lontani.
La propria terra, così come forse il poeta che in essa si riconosce, “un’amicizia/ in tanti anni, / un affetto sincero/ non l’ha mai avuta.”
C’è già segnato in queste parole il tragico epilogo della sua esistenza.